Interviste/Lodigiano/Storie

Casalpusterlengo: Gino Carrera raccontato da Lorenza Bignami

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Grossi seni, glutei generosi: i corpi esposti delle donne di Carrera ammiccano a chi le guarda, ma i loro volti respingono. Gli occhi bovini e le labbra tumefatte sembrano voler ricordare la forza seduttiva delle brutture, il piacere grottesco che spesso il lato oscuro di ognuno di noi riesce a regalare.
Un’indagine lucida sulle debolezze dell’essere umano, che rivendica vita nonostante le deformità, attenzione nonostante le devianze (o forse proprio attraverso di esse).
Gino Carrera è uno dei pochi artisti, rinomati a livello nazionale, che ha dato lustro al lodigiano nella seconda metà del ‘900.
Nato a Casalpusterlengo nel 1923, morì a Caprino Veronese nel 2001 lasciando una grande memoria artistica, che gli Amici della Grafica di Casalsputerlengo celebrano ogni due anni al “Concorso Nazionale per giovani incisori emergenti”.
Siamo andati a trovare Lorenza Bignami, nipote di Gino Carrera, che ci ha accolto con marmellata di mele fatta in casa e pareti tappezzate dei quadri dello zio, cimeli rimasti intatti nonostante il tempo e incisioni, aquerelli e oli.
Lorenza ci ha raccontato di un artista prolifico e instancabile, di un uomo generoso provato dalla guerra e dal sanatorio che aveva trovato la pace nella sua casa veronese sul Colle San Michele, una chiesetta cinquecentesca caduta in miseria e riportata in vita da lui stesso, artigiano abile e geniale che riuscì a creare un luogo suggestivo e unico: “Nella casa sul colle aveva ideato un campanello fatto di fili e carrucole, che lo avvisava dell’arrivo di qualcuno, e la casa era piena di invenzioni e pezzi d’arredamento costruiti e intagliati con le sue stesse mani. Aveva creato anche un pollaio di lusso per le galline, con gli scivoli per lasciare uscire delicatamente le uova. I suoi polli morirono di vecchiaia, non torse loro mai una piuma. Per molti anni lui e Mafalda convissero con due grossi gatti neri, uno di nome faceva Pancio.

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Mafalda fu la compagna di una vita, l’anima gemella incontrata a Casalpusterlengo e mai più lasciata: “Avevano un rapporto simbiotico – ci spiega Lorenza – rimasero innamorati e inseparabili fino alla fine. Lei gli restò accanto sempre, nonostante i lunghi silenzi di cui lui aveva bisogno per creare nella sua casa-laboratorio
La casa di Gino e Mafalda era infatti studiata per l’artista, non per l’uomo: il centro di tutto erano lo studio dove Gino dipingeva e la taverna dove incideva. Il resto era un supporto.
La sua vocazione creativa aveva l’ostinazione dei contadini della bassa, e anche la loro pazienza, ma furono sicuramente gli anni della guerra e della malattia a indurre in lui quel senso del dramma figurativo che impregna le sue opere, una linfa malefica capace di consumare ma irresistibilmente attraente.
Quello che speriamo è di vedere presto le sue opere esposte ancora nel lodigiano, per regalare a questa terra di nuovo l’orgoglio di aver dato i natali ad un artista così prestigioso.

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