Interviste/Lodigiano/Storie

Annalì Riva ci racconta Ugo Maffi

Incontriamo Annalì Riva in occasione di Fried Fish, la sua mostra ospitata fino al 7 Dicembre 2013 allo Spazio d’Arte della copisteria Piscina Comunale di Milano. La incontriamo perché lei rappresenta uno dei fermenti artistici più interessanti del lodigiano di oggi: la sua voglia di creare è contagiosa, la ricerca artistica continua e fertile. I suoi quadri sono un richiamo continuo alla terra, al potere della natura, alla forza delle radici, e quando le chiediamo di raccontarci qualcosa della tradizione artistica lodigiana che le è rimasto nel cuore lei nomina immediatamente Ugo Maffi.
Scomparso prematuramente nel 2012, Maffi era un altro grande appassionato della natura: i colori, le tecniche e le ambientazioni erano molto diversi da quelli di Annalì Riva, ma il potere degli elementi ambientali era lo stesso.
I due artisti si conobbero ad un corso di xilografia che Maffi tenne al liceo dove Annalisa studiava, si incontrarono di nuovo a Lodi per caso quando lei era al primo anno di Brera, e da quel momento iniziò una frequentazione artistica a cui la Riva sa di dovere molto: “Nel laboratorio di Maffi ho iniziato i miei primi lavori su carta da pacco. Mi esercitavo sul segno, e avevo bisogno di una critica costruttiva, di un occhio preparato che mi dicesse se ero sulla strada giusta o meno: fu a Maffi che mostrai i miei primi lavori, e per me fu come denudarmi.
L’artista che mostra la sua prima creazione: un battesimo probabilmente indimenticabile.
Maffi mi ha sempre appoggiato e sostenuto moltissimo – continua Annalì – diceva che gli ricordavo se stesso da giovane, la sua passione, l’entusiasmo.”
Ugo Maffi all’inizio della sua carriera abbandonò l’impiego di contabile all’Ospedale di Lodi per essere artista a tempo pieno, con tutti i rischi che questo ha comportato sempre, soprattutto dal punto di vista economico, ma, come scrisse Benedetto Croce, “Senza un demone qualsiasi non si riesce bene nelle cose che facciamo”.
Non gli è mai importato nulla dei soldi e della fama – ci spiega la Riva – era una persona umile, non si è fatto mai corteggiare dalla vanità. Gli interessava solamente creare e nutrirsi di arte. Passava pomeriggi interi a raccontarmi di artisti e letteratura, nella sua casa stracolma di libri e colori. Andava a vedere gli stessi musei tre o quattro volte, perché diceva che i maestri vanno sempre onorati.”
I suoi quadri erano poco disegno e molto colore, espressionismi con poca forma e molta emozione: “Amava l’Adda, i riflessi che l’acqua creava sul paesaggio circostante, l’anima del fiume lo affascinava.”
L’orgogliosa mescolanza di verde e blu di alcuni suoi quadri racconta di lunghe mattine di pesca, miracoli notturni, chiari di luna e di viaggiatori di fiume. Ma nelle sue opere pittoriche compaiono anche paesaggi di terra, gelsi, nebbie e campi innevati, nobildonne e contadini, capretti e cani, nascite e morti, emigranti e vedove.
Un immaginario fortemente influenzato dalla realtà lodigiana con cui Maffi interloquiva fuori e dentro se stesso, non solo attraverso i quadri, ma anche attraverso le poesie che scriveva.
Non riusciva a smettere di creare – conclude Annalì – Anche in ospedale, nella sua stanza c’erano sempre tela e colori. Aveva una capacità interpretativa immediata, con due pennelli in poco tempo riusciva a crearti un mondo
Lo vogliamo ricordare così, mentre mette colore su una tela e racconta l’arte ai giovani, trasmettendo quell’amore per la creazione che sopravvive negli insegnamenti.

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