Lodigiano/Luoghi/Storie

La chiesa di Sant’Antonio, il falò e le contrade di Casalpusterlengo

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Non in molti conoscono le contrade di Casalpusterlengo: la Contrada Lunga (oggi Via Marsala), la Contrada dei Ponti (oggi Via Battisti), la Contrada dei Morti (oggi Via Don Minzoni), la Contrada dei Spini (oggi Via Mazza), la Contrada Cappuccini (ora via Rosselli).
Tutte convergono a stella in quella che una volta era la chiesetta del villaggio sviluppatosi nella Casale dei Pusterla ma non in dipendenza dal castello: la chiesa di Sant’Antonio Abate, di cui si hanno notizie sin dal 1545. Qui si svolgeva la benedizione degli animali, e tutto si addiceva ad una popolazione di umili valvassori legati alla terra: ancora oggi, il rito del falò e i cibi che si consumano in quell’occasioni riconducono alla tradizione contadina di questo rione.
L’abate è venerato come il protettore degli animali da cortile e da cascina e viene popolarmente considerato come colui che rubò il fuoco al diavolo per portarlo agli uomini per scaldarsi.
Nel 1558 nella chiesa di Sant’Antonio venne perpetrato un omicidio, e per qualche tempo (meno di due anni, comunque) rimase sconsacrata e interdetta al culto.
Nel ‘700 vi vennero trasferite reliquie di Sant’Antonio abate, Santa Marta e del velo di Maria SS, ma si hanno notizie anche delle reliquie di San Mauro, Santa Apollonia (patrona contro il mal di denti) e Sant’Andrea Avellino (patrono della buona morte).
Fu un secolo di grande vitalità per il rione, anche grazie all’insegnamento della dottrina, ma poi arrivò l’abolizione delle confraternite (inclusa quella che gestiva la Chiesa di Sant’Antonio) per volere imperiale: questo provvedimento segnò l’inizio di un periodo difficile per la vita religiosa della zona, sia per la mancanza di finanziamenti che per le autorizzazioni ai riti.
Con i pochi mezzi a disposizione, la Chiesa di Sant’Antonio cercò sempre di rimanere il punto di riferimento della vita del rione in cui sorgevano i forni del paese (costruiti addirittura dai Romani per i loro eserciti nel II secolo a.C. e dove oggi sorge la panetteria gestita dalla famiglia Monico), la Congregazione delle Suore di Santa Francesca Cabrini col loro oratorio femminile e l’oratorio maschile costruito nell’orto del sacrestano.
Nel 1927 ci fu un grande incendio nella chiesa, e quello fu l’inizio di molti doverosi restauri che hanno scandito tutto il secolo scorso.
Oggi, visto che non si porta più il bestiame a benedire, la festa di Sant’Antonio è diventata per Casale il simbolo dell’amicizia e della fraternità: ogni 17 gennaio (non a caso si dice “Sant’Antoni, fregg da demoni” ed anche “Sant’Antoni da la barba bianca, la nev non manca”), sul sagrato della chiesa ci si ritrova per riscaldarsi al fuoco del falò, chiacchierare e mangiare insieme polenta abbrustolita, saracche, pesciolini fritti, vin brulè, salamelle grigliate, gratòn, mele e pere cotte.

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