Lodigiano/Storie

Il lodigiano era un paradiso terrestre – Ricordi di Luisa Donelli

2013 - Granfondo di Sant'Angelo Lodigiano

All’inizio degli anni ’70 il lodigiano era una sorta di paradiso terrestre: niente traffico, prati infiniti, oratori gremiti di ragazzi, tradizioni radicate.
Vivevo in una piccola frazione vicino a Codogno dove c’era una scuola con solo due classi e una maestra che si prendeva cura di tutti.
In primavera la campagna era costellata di ranuncoli, le rive dei fossi piene di viole. L’acqua era cristallina, ci si faceva il bagno senza pensieri, nelle narici il profumo del “magenco”, il fieno che si tagliava a maggio, nel mese della Madonna. Di sera si diceva il rosario, in chiesa o nei cortili, dove le nostre nonne allestivano altari bellissimi. Mi ricordo la biancheria di lino o di bisso, custodita per tutto l’anno gelosamente nei cassetti, e che a maggio veniva esposta in bella mostra sugli altari mariani ricolmi di rose profumatissime e statue acquistate con i pochi risparmi che c’erano nelle nostre case.
Per noi bambini maggio era il mese in cui iniziava ad esserci più libertà. Dopo il rosario ci si poteva fermare a giocare in strada o in cortile fino alle 22. Nascondino era il nostro gioco preferito: all’imbrunire era fantastico nascondersi tra i cespugli, nei portoni, dietro i pilastri della chiesa. Se si era in pochi invece si giocava a biglie, alla lippa o al “mundon”, che ti insegnava anche a contare.
Quando scendeva il buio invece arrivava l’ora delle lucciole: potevi vederne a centinaia, era uno spettacolo che oggi possiamo solo immaginarci e che difficilmente i miei nipoti potranno vedere.
Un momento divertentissimo nelle nostre campagne era quando arrivava Tognu, il “renghinatore”, che con la sua macchina tagliava e spostava l’erba nei campi formando cumuli longitudinali (“andane”) dai quali saltavano fuori decine di rane spaventatissime che noi catturavamo con le calze delle nostre mamme per poi mangiarle con la polenta.
Sotto i portici delle cascine, al tramonto, si vedevano i contadini affilare i loro attrezzi, che poi si portavano sempre appresso infilati in un borsello di cuoio che agganciavano alla cintura dei calzoni.
Nel mese di giugno, invece, sembrava di essere al mare: c’era un lungo tratto di campagna che dalla frazione Biraga (Castiglione D’Adda) arrivava a Terranova Dei Passerini, tappezzato di coltivazioni di riso. Tutte le sere chiedevo alle mie zie di passeggiare lungo questa distesa d’acqua che, nonostante le zanzare, mi affascinava moltissimo.
Mio nonno materno, patriarca severo (soprattutto con le figlie), era un “menalatt” e durante i lunghi anni della guerra aveva portato il latte nelle cascine con cavallo e carretto: rimanevo incantata ad ascoltare i racconti delle sue notti di lavoro tra i tedeschi che pattugliavano le campagne e delle volte in cui regalava il latte o qualche pezzo di burro alle mamme che non avevano soldi per sfamare i figli. Nei pochi momenti in cui si lasciava andare, ci diceva con gli occhi lucidi che la felicità vera noi non sapevamo cosa fosse, l’aiutarsi a vicenda tra poveri nel momento del bisogno più profondo.
Mia nonna invece era permissiva, mi lasciava fare il bagno nel torrente dietro casa e i pic-nic con il panino nel cesto: i bambini solitamente portavano pane e nutella, un alimento nuovo in quegli anni, ma io preferivo pane e “luganega”, un salame che sulla nostra tavola era sempre presente.
Ottobre arrivava presto. Si tornava a scuola, e uno dei primi compiti che le maestre ci davano era quello di raccogliere le foglie migliori dell’autunno e incollarle sui cartelloni in classe. Era il periodo delle ghiande, dei funghi e della grande Fiera del Bestiame di Codogno, che ci portava pomeriggi allegri alle giostre, senza soldi in tasca ma comunque felicissimi del diversivo.
Un grande avvenimento nel corso dell’anno era la macellazione del maiale, cresciuto con tanti sacrifici: era un momento di ritrovo importante per la mia famiglia, i bambini non andavano a scuola e la giornata era piena di racconti allegri. Per pranzo si mangiava la classica “panissa”, fatta con riso e interiora di maiale, un piatto fantastico che quasi nessuno sa più cucinare.
In questa stagione uggiosa, di sera, si portava il “frate” nel letto, lo scaldino con le braci, mentre noi eravamo tutti raccolti attorno al camino a recitare il rosario per i morti e a mangiare le caldarroste fatte dalla nonna. Ricordo benissimo la sensazione meravigliosa di stendersi a letto con le lenzuola bollenti e il piumino d’oca sui piedi.
Poi, a dicembre, arrivava la notte di Santa Lucia, che portava doni ai bambini buoni. Si metteva un mazzolino di fieno fuori dalla porta di casa per sfamare l’asinello stanco e piatti sul tavolo per i dolci che la Santa avrebbe lasciato in premio: appena si sentiva suonare il campanello che annunciava il loro passaggio si correva tutti a letto, aspettando con ansia le sorprese del risveglio.
Niente a che vedere con i dolci e i regali di oggi: allora nei piatti si trovavano tre mandarini, un sacchettino di monete di cioccolato, frutta fresca e un solo giocattolo, che quando lo usavi andava poi pulito e rimesso con cura nella sua scatola perché doveva durarti tutta la vita. Quando arrivava la prima bicicletta, sapevi che quella stessa avrebbe dovuto accompagnarti fino all’età adulta. Se eri fortunato, a vent’anni poi ti compravi il CIAO, che ti ripagavi col tuo lavoro che, a quell’età, magari facevi già da cinque anni.
Ci sarebbe da raccontare per ore di uno stile di vita che oggi non esiste più, e di un lodigiano che mi piacerebbe tanto veder rivivere tra di noi.

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