Interviste/Storie

La cucina lodigiana nei ricordi di Caterina Baldini

cucina salumi

Caterina Baldini, classe 1950, vive a Senna Lodigiana da quasi 40 anni, ma è nata e cresciuta in mezzo alla campagna della Bassa Padana, in cascina vicino a Somaglia, dove la fame vera non si soffriva mai, nemmeno nelle annate peggiori.
Il cibo era strettamente legato alla stagionalità e alla terra: “Durante l’inverno, da fine ottobre, le verze erano un alimento onnipresente sulla nostra tavola, e venivano cucinate in ogni modo per mesi e mesi: con le costine di maiale, il cotechino, il riso, stufate con pomodori e cipolle.”
Caterina ci racconta la cucina lodigiana attraverso le verdure che venivano coltivati nell’orto, o parlandoci del maiale che veniva ucciso una volta all’anno e sfamava famiglie intere: “Del maiale mangiavamo anche i piedini, il muso e le orecchie. Col sangue si faceva il sanguinaccio e il salame veniva conservato per le feste: l’ultimo, cascasse il mondo, si teneva per Ferragosto. Dei polli si mangiava tutto tranne gli occhi.”
La polenta era la regina della tavola (tanto da averci fatto guadagnare il nome dispregiativo di “polentoni”) e veniva preparata con le fave, il cotechino o col merluzzo fritto, con lo zucchero o il burro se si preferiva la versione dolce. I contadini avevano diritto a mezzo litro di latte al giorno per ogni membro della famiglia, che poteva essere bevuto o trasformato in burro a seconda delle esigenze.
Il formaggio era portato dal casaro, che normalmente vendeva cacio e grana.
I pesciolini fritti, carpe, rane, anguille e altri piccoli animali da fosso comparivano di tanto in tanto sulle tavole, così come la buseca fatta con le interiora del pollame.
Chi amava i dolci poteva abbuffarsi di pane di mais (pan melga) intinto nel latte, pane e burro, rusumada col marsala (una crema di uova e zucchero), crema di cioccolato (l’antenato della Nutella, venduta a etti dagli ambulanti) oppure aspettare che il gelataio passasse dalle cascine la domenica e barattasse la sua crema con le uova che le galline avevano fatto durante la settimana. In stagione, patuna (castagnaccio), i ciuchin (le castagne secche), pane e cachi o pane e anguria erano una buona alternativa.
L’autunno portava funghi, lumache, caldarroste e l’uva per la vendemmia, ultimo frutto dell’anno: a parte qualche mandarino che compariva sulle tavole per la festa di Santa Lucia (13 dicembre) frutta non se ne vedeva più fino all’estate successiva.
Quella dei contadini della Bassa era una tavola dove la natura la faceva da padrona. I lodigiani vivevano grazie ai frutti ricavati dalla coltivazione e dalla raccolta e, per quanto vincolante questo fosse, difficilmente in campagna si soffrivano le ristrettezze che invece colpivano i poveri delle grandi città.
I prodotti erano sani, gli alimenti naturali: una qualità alimentare oggi assolutamente invidiabile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...