Lodigiano/Storie

Nonna Marieta e le donne lodigiane del secolo scorso

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Pubblichiamo i ricordi di Luisa Donelli, residente a Borghetto Lodigiano ma originaria di Casalpusterlengo, e le sue riflessioni sulle donne lodigiane del secolo scorso.

Mi piace pensare alle donne della nostra terra.
Questo piccolo angolo di Lombardia ha avuto donne dotate di una forza incredibile, instancabili, capaci di sopportare tutto sempre con un accenno di sorriso sulle labbra.
Sono state crocerossine, partigiane, mamme e spose impareggiabili.
Mia nonna Marieta, ad esempio, nata nel lontano 1887, era una donna mite, buonissima, con un cuore grande ed una parola buona per tutti. Non diceva mai asinerie e, nonostante la poca cultura, alle stupidaggini preferiva il silenzio.
Con suo marito Cecu ebbe 6 figli, l’ultimo dei quali, mio papà, all’età di 42 anni.
Abitava alla cascina Cigolona, nel comune di Casalpusterlengo, ubbidiva senza battere ciglio a suo marito, un vecchio baffuto e tiranno al quale bastava un colpo di tosse deciso per far scattare tutti sull’attenti.
Gli preparava polenta fresca ogni santo giorno, d’inverno come d’estate, quando accendere il camino e mescolare la polenta per un’ora nella canicola padana di luglio non doveva essere certo un compito piacevole. Che fosse per amore o per paura, di fatto i mariti di una volta non erano certo famosi per trattare con attenzione e premura le proprie mogli.
Con l’arrivo della guerra, Marieta si vide portare via 3 dei suoi figli maschi ed ancora oggi mi domando come facesse a sopportare il lavoro nei campi sola, con metà dei suoi figli in battaglia e un marito despota da accontentare.
Il loro primogenito venne deportato in Grecia e la notte dell’11 febbraio 1944 salì sul piroscafo Oria con altri 4000 soldati italiani che dovevano essere condotti ai campi di concentramento tedeschi. Colti da una tempesta , in prossimità dell’isola greca di Patroclo, il piroscafo affondò e solo 7 militari riuscirono a salvarsi. Ho sempre cercato di immaginare come possa aver reagito mia nonna alla notizia della tragedia, col pensiero degli altri due figli lontani, senza sapere più nulla di loro e dovendo lottare quotidianamente contro la fame e la guerra.
Il secondo figlio venne rinchiuso a Mathausen, ma sopravvisse all’orrore. Mia mamma da bambina mi sgridava sempre, perché in presenza dello zio rimanevo per minuti interi con lo sguardo fisso sul suo braccio tatuato, chiedevo spiegazioni e nessuno mi rispondeva mai.
Il terzo figlio di Marieta tornò dai campi di concentramento siberiani nel 1947, quando ormai nessuno lo aspettava più. Tornò un pomeriggio mentre lei stava lavorando la terra, le camminò incontro e lei lo riconobbe immediatamente nonostante la guerra lo avesse trasformato. Tra l’incredulità generale si fece una gran festa per celebrare questo ritorno inaspettato e una famiglia che di nuovo si riuniva.
La palestra delle donne a quei tempi erano i campi da zappare e Marieta è stata – come tante altre donne lodigiane di allora – una madre combattiva che dovette fare i conti per tutta la vita con la fame, i dispiaceri e un marito autoritario.
Ancora oggi, quando parla di sua mamma e ricorda la vita di nonna Marieta, mio papà piange, si emoziona al ricordo della sua bontà e soprattutto ricorda che appena aveva una lira in tasca la regalava a lui.
Le mamme di una volta abbracciavano poco, ma donavano e insegnavano moltissimo.

 

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