Interviste/Lodigiano/Luoghi

I quartieri di Brembio e i ricordi di Tugneta

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“Noi eravamo del quartiere Pesca, le agguerrite formiche rosse per le quali il Brembiolo era parte integrante della vita e dell’amore per il proprio territorio. I pescatori erano una categoria viva e stimata, tanto che l’orgoglio peschino è tuttora molto sentito, nonostante nessuno peschi più nei fossi e nei canali qui intorno”.
Inizia così il racconto di Antonietta Arenzi, classe 1927, mentre ricorda il paese in cui è nata: “Io sono nata sulla Pesca, nel cortile del Betulin, mentre i miei primi due figli sono nati in Corea, il quartiere più popoloso di Brembio, partoriti in casa con l’aiuto di mia madre e della levatrice.”
Tugneta ci fa fare un tuffo nel secolo scorso, quando il rapporto tra donne di generazioni diverse – all’interno della famiglia e della comunità – si basava ancora su forti principi di sostegno: “Mia madre è stata una guida, un angelo custode. Io non sapevo nulla del mondo, ma lei – come molte donne della sua generazione – sapeva come cavarsela in una quotidianità fatta spesso di uomini impegnati nel lavoro dei campi o lontani da casa. Era abituata a gestirsi in autonomia e a farsi largo nella vita, e fu sempre al mio fianco mentre diventavo donna.”
Oltre a Pesca e Corea, il Tibet, il Cairo e il Precis sono i nomi degli altri quartieri del paese: un’appartenenza molto sentita ancora oggi, sebbene poco conosciuta nelle zone limitrofe.
La comunità brembiese è sempre stata vivace e attiva: “C’erano molte osterie e ogni domenica si ballava. Il boogie non mi piaceva molto, ma andavo pazza per il liscio.”
Tugneta era una ballerina appassionata e ambita. Una volta, al parroco che la minacciava di non darle l’assoluzione se non avesse promesso di non ballare più, rispose: “Ma come faccio a promettere una cosa che non posso mantenere? Appena sento della musica, o anche solo qualcuno fischiare, i miei piedi iniziano a ballare!
Fu Madre Edwige ad insegnarle i primi passi. A volte qualche amica cantava, e tutte le ragazze ballavano grazie alla sua voce.
Gli uomini pagavano per entrare in balera – continua Tugneta – e per questo era buona creanza accettare gli inviti che si ricevevano. Anche mio marito era un ottimo ballerino, ma non ci incontrammo sulla pista da ballo. Dopo la guerra, come molti compaesani, iniziai a fare la pendolare. Lavoravo alla Siemens di Milano, mio marito alla Piaggio, e il treno fu il luogo dove ci parlammo per la prima volta”.
Erano gli anni ’50, quelli della rinascita.
L’industria italiana iniziava a far sentire la sua voce, e nella bassa padana il pendolarismo divenne l’alternativa alla vita agricola. Molti brembiesi parteciparono a questo movimento continuo verso il capoluogo lombardo, sebbene la vita dei cortili e delle cascine rappresentasse ancora il cuore del paese.
Intorno a Brembio, infatti, ancora oggi ci sono cascine bellissime e piene di storia: Ca’ del Parto e Ca’ dei Folli (dove si svolgevano anche fiere importantissime), Ca’ dei Tacchini, Bellaria e Polenzone, Palazzo e San Michele, Ca’ di Verti e Maianne. Grandi case patronali, bestiame, viali alberati e fossi in cui si faceva il bagno costituivano la scenografia quotidiana dei brembiesi, oggi messa a dura prova dalle sfide della modernità.
Tunieta, a 86 anni, ricorda il profumo della minestra che si sentiva per la strada, gli uomini che giocavano a carte durante i giorni di festa e che nessuno poteva disturbare.
Barbara, la terza figlia di Tognetta, ci dice che Brembio è sempre stato per lei il luogo delle meraviglie: “Io sono nata a Milano, quando i miei genitori decisero di trasferirsi in città per alcuni anni, prima di rientrare in paese. A Brembio passavo tutte le vacanze estive e ogni fine settimana. Stavo da mia nonna, e per me il paese era sinonimo di vacanza, libertà, stupore, scoperta. Ricordo le scale di legno, la mobilia, le macchine da cucire, i catini di zinco pieni di rane e lumache, i secchi smaltati dove si prendeva l’acqua con il mestolo. Brembio, per me, era il luogo della vita. E infatti qui siamo tornati.”
Una storia d’amore che continua nelle generazioni e che emerge forte dalla parole di queste donne ricche di ricordi e passione per un paese pieno di quartieri dai nomi esotici e bizzarri.

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